Riavvolgiamo il nastro della memoria e ripensiamo a domenica 26 aprile. Arezzo-Torres 3-1. Quanto è stata bella quella giornata: tesa, sfibrante, ansiogena ma coinvolgente, tutti insieme, con una voce sola, un obiettivo comune. Non si trattava solo di una promozione, era qualcosa di magico che si sentiva nell’aria da giorni. Nelle strade, nei bar, negli sguardi della gente: un’attesa carica, densa, condivisa. Ci siamo ripresi la serie B dopo 19 anni, dopo stagioni difficili, cadute, delusioni, speranze tradite, tormenti. Ci siamo lasciati alle spalle un po’ di macerie e portiamo addosso la sensazione di aver imboccato una strada nuova. Nel 2023, più o meno in questi giorni, eravamo ebbri di entusiasmo per il ritorno tra i professionisti nell’anno del centenario. Adesso abbiamo salito un altro gradino e non c’è motivo per non sognare, che i sogni sono il motore più potente di tutti. In mezzo agli abbracci, ai fuochi d’artificio, all’adrenalina respirata prima, durante e dopo una partita memorabile, si percepisce ancora tanta felicità.

C’è molto merito di Guglielmo Manzo in questa impresa della squadra. Ha dato corpo alla sua “visione” e tutti sanno quanto sia difficile trasformare i buoni propositi in realtà, specie nel calcio. Ha dovuto pagare dazio al noviziato nei primi due anni di gestione, poi ha intuito che per cambiare rotta serviva il suo impegno personale, quotidiano, fattivo oltre che economico. Quello è stato un punto di svolta fondamentale: il club ha alzato l’asticella degli obiettivi e degli investimenti, dando inizio a un percorso che oggi è giunto a uno snodo ulteriore. Il progetto stadio, avviato quando sembrava utopia pura e l’Arezzo non aveva certezza alcuna riguardo l’approdo in serie B, dà credibilità agli ambiziosi proclami del presidente e offre una prospettiva di sviluppo al club che, così marcata, non c’è mai stata in passato. È anche per questo che la campagna abbonamenti è partita a gonfie vele e il clima intorno all’Arezzo è elettrico, fertile. Dopo un secolo di tormenti, forse possiamo goderci veramente qualche estasi prolungata.

Festa amaranto: il transito tra due ali di folla del pullman scoperto per le strade del centro

Uno dei dettagli più suggestivi del ritorno in serie B è legato all’intreccio generazionale che ha caratterizzato la festa, sia nella sua preparazione che nel suo svolgimento. Nonni, genitori, figli, adulti, adolescenti, bambini, tutti insieme appassionatamente, legati da una lunghissima, ideale bandiera. A formare le ali di folla che hanno salutato il transito del pullman scoperto della squadra c’era chi la B l’ha già vissuta, chi era salito fino a Carpi nel 1966, chi ricorda bene il presidente Golia, chi ha amato alla follia Terziani e Angelillo, chi cantava “salutate la capolista” dopo i gol di Serafini e Abbruscato. Ma c’è anche chi aveva mangiato solo il pane duro della D, mandando giù le sconfitte a Pierantonio, alle Caldine, alle Badesse. Eppure nessuno ha mollato, perché il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. In passato la promozione nella seconda serie italiana ha sempre rappresentato il picco massimo per noi, come se fossimo tante farfalle sotto al bicchiere. L’augurio più bello che possiamo farci è che stavolta la B non sia un punto d’arrivo ma un trampolino di lancio. Forza Arezzo!

da “L’Alfiere” – n. II – 2026, pagg. 8-9

Andrea Avato