Di sicuro gli Sbandieratori veterani dall’acuto fiuto del “parcheggio furbo” conosceranno l’area retrostante la Fortezza, luogo ideale per posteggiare i mezzi in occasione delle esibizioni in centro storico.

Nuovo accesso alla Fortezza

Ebbene, quell’area adiacente al bastione della diacciaia, chiamata così per il rinvenimento di una ghiacciaia di probabile epoca medievale, conserva un antico ingresso sul Prato che è stato riscoperto e restaurato l’anno scorso al fine di rilanciare quell’area abbandonata usufruendo nuovamente di un antico ingresso a nord della città di cui ancora si conservano i cardini delle porte fissati a destra e a sinistra del varco e inserendolo nel contesto naturalistico come tappa di congiungimento dell’antica Via Romea con i Cammini di San Francesco.

Sul versante nord della città che si affaccia sul Casentino, lungo la cinta muraria medievale fatta costruire in pietra arenaria gialla dal vescovo e signore di Arezzo Guido Tarlati tra il 1318 e il 1327 (la più grande e possente cinta muraria che Arezzo abbia mai avuto dal XII° secolo) si notano delle antiche porte di accesso di varie dimensioni e di varie epoche, riscoperte solamente nel periodo post bellico.

La prima porta e forse anche quella più frequentata da aretini e turisti per la sua posizione strategica data dal parcheggio sottostante è Porta Stufi (o di Stufo), il cui nome deriva da un termine di origine germanica riferito a una probabile presenza di uno stabilimento termale ormai scomparso. L’ipotesi è stata avanzata da Lorenzo Guazzesi e sostenuta anche dallo storico monsignor Angelo Tafi.

Porta Stufi

Solamente nel corso del ‘900 Porta Stufi è stata riscoperta, ritrovando la sua vocazione di varco di collegamento tra città e campagna. Infatti con la demolizione della precedente cinta muraria medievale e la costruzione delle mura medicee cinquecentesche (progettate a scopo difensivo con meno accessi possibili e con la costruzione di baluardi difensivi e della Fortezza tutt’ora esistente), la porta perse importanza e fu tamponata insieme alle altre eccetto Porta San Clemente. Tra il 1983 e il 1984 fu riaperta e restaurata e nel 2004 vi furono aggiunte le scale mobili per ovviare alla ripida salita.

A dire il vero a monte di Porta Stufi, esisteva già un’altra porta di accesso, chiamata Porta San Biagio, oggi non più esistente poiché celata nel muro di contenimento del Prato.

Proseguendo lungo il camminamento che costeggia la cortina medicea incontriamo la Postierla di Pozzolo (citata anche come Pozuolo, Pozzuolo, Pozoli) che conduce alla Basilica di San Domenico.

La “Postierla” è una piccola apertura nelle antiche fortificazioni, collocata in un luogo nascosto in modo tale da essere usata come via d’emergenza. Anche la Postierla di Pozzolo fece la fine di Porta Stufi, i fatti venne tamponata e rimase tale per lungo tempo fino a quando, durante gli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, fu riaperta su idea di Padre Raimondo “Antonio” Caprara (al quale oggi è dedicata la via adiacente alla Postierla).

Postierla di Pozzolo

Il padre domenicano propose questa soluzione al fine di permettere alla popolazione di avere una via di fuga più vicina rispetto a Porta San Clemente in caso di bombardamenti. Nonostante il periodo bellico, egli dovette portare avanti la missione di parroco della chiesa di San Domenico e l’opera di sostegno alla popolazione, rischiando la vita. Padre Caprara, nel convento dietro la chiesa, accoglieva, assisteva le persone in difficoltà di qualsiasi religione e nazionalità e nascondeva i partigiani minacciati dai nazi-fascisti (ad esempio Antonio Curina), il che fa del padre domenicano un eroe silenzioso della Liberazione di Arezzo.

Proseguendo oltre la Postierla, ci imbattiamo in Porta San Clemente, la cui denominazione si deve alla presenza, già dal XII° secolo, dell’Abbazia di San Clemente. La porta in origine era posizionata all’altezza dell’odierna Pia Casa di riposo, date le ristrette dimensioni iniziali della vecchia cinta muraria medievale di Arezzo.

Successivamente, sotto il vescovo Tarlati vi fu un ulteriore allargamento del perimetro urbano conseguente al forte sviluppo urbanistico che cambiò nuovamente in maniera definitiva nel 1500 con la costruzione delle mura medicee che stabilirono Porta San Clemente nella posizione attuale.

Porta San Clemente fuori le mura

Purtroppo, i lavori comportarono la distruzione dell’antica chiesa che dette il nome alla porta e che al suo interno, grazie alla testimonianza del Vasari, conservava affreschi duecenteschi preziosi di Margarito d’Arezzo (o Margaritone) e di Bartolomeo della Gatta (già Abate della medesima abbazia fino alla morte), autore anche dell’organo della chiesa.

La struttura e la forma odierna della porta ci appare così come la vediamo in seguito all’opera di abbellimento e ingrandimento della stessa nel 1833 ad opera di Lorenzo Balocchi che introdusse linee architettoniche semplici, ornando il tutto con grandi bozze in pietra ed eliminando la nicchia che custodiva una Madonna, già presente dal Trecento.

da “L’Alfiere” – n. I – 2026, pagg. 8-9

Pietro Mazzeschi