L’Arezzo romana si racconta in questo breve articolo sulle infrastrutture idriche presenti e non, che hanno contribuito a rendere l’antica Arretium uno dei municipi romani più influenti e prosperi del centro Italia.

Le prime tracce della presenza di un acquedotto romano nella città risalgono al I° secolo. Esso aveva la funzione di incanalare la sorgente d’acqua dall’Alpe di Poti, in località Fonte Mura (storica azienda locale di imbottigliamento di acque minerali) e di far funzionare a pieno regime il quasi sconosciuto complesso termale di Arezzo. Ebbene sì, Arezzo in tempi antichi aveva le sue terme, collocate nella zona tra la fortezza e borgo Santa Croce come ci testimonia il fatto che una delle suggestive viuzze del quartiere reca il toponimo “Vicolo delle Terme”. Ma ben presto in epoca medievale cadde in abbandono.
A metà del 1300 si decise di costruire un nuovo tracciato idrico, recante la firma di Jacopo del Casentino che, incaricato dal Governo aretino, presenta all’Assise cittadina il percorso idraulico culminante alla Fonte Veneziana, della quale oggi ve ne rimangono pochi resti nei pressi del Tribunale.
Purtroppo, agli inizi del 1500, questo acquedotto che intercettava la falda acquifera nella zona di Cognaia, alle pendici dell’Alpe di Poti, versava in pessime condizioni a tal punto che nel 1527 smise di funzionare. Il grande architetto, pittore e storico dell’arte Giorgio Vasari, intervenne nella questione accusando gli aretini di abuso dell’approvvigionamento idrico tramite deviazioni del corso d’acqua per soddisfare i loro comodi come ad esempio innaffiare orti e campi.
Tra i tanti facoltosi approfittatori aretini, vi era Jacopo Fossombroni, committente e primo proprietario della Villa degli Orti Redi, situata sull’antica via di Staggiano con il quale si accese un vero e proprio contenzioso tra la parte pubblica, rappresentata dalla Fraternita dei Laici e dal Comune e la parte privata, rappresentata dal proprietario della villa cinquecentesca.

Jacopo Fossombroni, discendente della nota famiglia che dette i natali all’ingegnere Vittorio Fossombroni (noto alla corte del Granduca Pietro Leopoldo per la sua opera di bonifica della Val di Chiana e della Maremma) restaurò a proprie spese, noncurante dell’interesse collettivo, un tratto dell’acquedotto trecentesco per deviarne una parte verso la sua proprietà. Alla fine la Fraternita dei Laici per porre fine alla mancanza di approvvigionamento idrico fece prevalere l’interesse comune a quello privato, appellandosi al Granduca Cosimo I° de’ Medici per ricevere l’autorizzazione a procedere all’affidamento del progetto del nuovo acquedotto a Giorgio Vasari. Purtroppo il Vasari morì nel 1574, lasciando in sospeso il progetto che fu ripreso nel 1590 dall’architetto Raffaele Pegni. L’acquedotto fu però terminato nel 1603 sotto la guida di un altro architetto, Gherardo Mechini, autore della prima fontana monumentale di Piazza Grande, poi sostituita nel 1794 con il manufatto in marmo statuario progettato da un rettore della Fraternita dei Laici presente tutt’oggi. Il problema idrico fu risolto ma la controversia con la famiglia Fossombroni si concluse addirittura tra il 1869 e il 1870, quando Comune e Fraternita agirono con dei decreti che privarono i proprietari della Villa dell’uso privato dell’acqua pubblica.

Oggi il tratto visibile di acquedotto, costituito da 52 archi disposti in maniera tale da garantire la giusta pendenza calcolata con le giuste livellature, favorisce il flusso d’acqua che dopo aver oltrepassato gli archi si immette sottoterra nei pressi della collina di San Donato per poi sfociare nella fontana di Piazza Grande. È il giorno di Pasqua del 1603, più precisamente il 18 maggio, quando l’acqua arriva in Piazza Grande dopo la fine dei lavori del nuovo acquedotto. Questa informazione è visibile in una targa commemorativa affissa ad una delle ringhiere che circondano la fontana. Ma torniamo un attimo all’acquedotto perché c’è un’ultima curiosità artistica che è bene sottolineare. All’interno di uno dei 52 archi dell’acquedotto, più precisamente quello che ricade al disopra di viale Guido Tarlati, sono conservati due dipinti posti uno difronte all’altro. Queste opere sono state recentemente riscoperte con degli studi approfonditi dal professor Claudio Santori della Brigata Aretina degli Amici dei Monumenti. I due dipinti originali sono conservati nel museo della Fraternita dei Laici. Al loro posto sono state realizzate due fedeli riproduzioni delle opere. Una raffigura un Cristo trionfante risalente all’800 e l’altra rappresenta una Madonna con Bambino dipinta a tempera su marmo. La particolarità di quest’ultima risiede nella tipologia di raffigurazione mariana. Infatti la Madonna, dal volto materno che esprime tenerezza, tiene saldamente Gesù per un calcagno come se, consapevole della sua missione terrena che l’aspetta, volesse trattenerselo a sé. Queste opere e, più in generale le arcate dell’acquedotto sono state di recente arricchite da un nuovo sistema di illuminazione notturna già entrato in funzione che risalta i dettagli volumetrici e dà quel tocco in più di visibilità e bellezza, il che costituisce un bel biglietto da visita riguardo l’Arezzo notturna.
da “L’Alfiere” – n. II – 2026, pagg. 14-15
Pietro Mazzeschi







