La Madonna del Conforto è un simbolo di Arezzo, un’icona riconosciuta e apprezzata tanto in ambito religioso, quanto in quello cittadin-popolare. La sua storia è tra i primi racconti che si ascoltano fin da cittini e la celebrazione del 15 febbraio, partecipata da decine di migliaia di aretini, è un appuntamento che scandisce il calendario aretino che nel 2026 ha celebrato i 230 anni dal miracolo, anche con la presenza del cardinale Pierbattista Pizzaballa. Nel 2014, in occasione della celebrazione dei 200 anni dall’Incoronazione dell’Immagine, è stata formalizzata la partecipazione del mondo della Giostra del Saracino all’ultima messa del 15 febbraio, con un omaggio che ricomprende anche l’esibizione degli Sbandieratori di Arezzo. L’omaggio della Giostra si è poi ripetuto per tutti gli anni a seguire, anche nei difficili anni del 2020 e 2021.

Il legame tra la nostra Associazione e la Madonna del Conforto passa anche dalle pagine de L’Alfiere. Nel 2020 Jacopo Rossi e nel 2025 Francesco Sartini hanno parlato, attraverso queste colonne, del legame tra l’icona e gli aretini e delle icone presenti tra le strade del centro città. Il presente articolo, invece, nasce da un ritrovamento fortuito di Stefania (madre di Lorenzo Diozzi) nel portafoglio del proprio nonno di un santino della Madonna del Conforto, immagine che tutti gli aretini sono abituati ad avere in casa, in tasca o in auto. Il santino ritrovato porta nel fronte una riproduzione dell’immagine della Madonna e nel retro riporta la data del 1931 e il riferimento all’allora vescovo di Arezzo Monsignor Emanuele Mignone. Nel santino è presente una preghiera e un’orazione in latino che permetteva di ottenere 50 giorni di indulgenza. Il santino di oggi, invece, riporta una fotografia dell’immagine della Madonna presente nel Duomo e nel retro è presente la preghiera e la storia dell’icona che tra queste colonne si prova a ripercorrere, anche grazie all’aiuto del tamburino della nostra associazione Pietro Mazzeschi.
Nel febbraio del 1796, durante i festeggiamenti del Carnevale, ad Arezzo furono registrate circa trenta scosse di terremoto nei giorni del 1, 2, 5 e 9. A conferma del terremoto le cronache dell’epoca riportano anche un intorbidimento delle acque dell’Arno, un battere di rintocchi della campana della torre civica e la presenza nel cielo di luci telluriche. A quel tempo in città i Padri Camaldolesi gestivano l’Ospizio della Grancia, presso la zona della Porta di San Clemente, un luogo nel quale era possibile comprare il vino. Nell’ospizio, soprattutto in inverno, era presente un fuoco che insieme alle candele aveva annerito alcune pareti, compresa quella in cui era inserita l’immagine di terracotta invetriata della Madonna di Provenzano, probabilmente realizzata presso una bottega di Asciano. La storia, a questo punto, richiede di fare una piccola parentesi nel passato.
Legata alla città di Siena, l’immagine della Madonna di Provenzano era una pietà raffigurante Maria con in braccio Gesù appena deposto dalla croce. Infatti, secondo la tradizione, una statua in terracotta di tale pietà venne collocata da Santa Caterina Benincasa all’interno di una abitazione umile posta sulle rovine del Castello di Provenzano Salvani, signore di Siena che morì nella battaglia di Colle Val d’Elsa, cantato anche da Dante nel Purgatorio («Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani; / ed è qui perché fu presuntüoso / a recar Siena tutta a le sue mani». Purgatorio, Canto XI, 121 – 123). Nel 1552, la terracotta venne colpita, probabilmente per divertimento, da un colpo di archibugio sparato da una finestra durante l’occupazione spagnola di Siena e dell’immagine sopravvisse solamente il busto della Vergine senza braccia. La statua della Madonna divenne oggetto di grande devozione e simbolo della ferita sofferta da tutta la città per l’occupazione straniera e nel 1594 gli vennero attribuiti alcuni miracoli per la guarigione di malattie. Oggi, nel medesimo luogo, a cinque minuti a piedi da Piazza del Campo, sorge l’Insigne Collegiata di Santa Maria in Provenzano che custodisce al proprio interno la statua venerata col titolo di Advocata nostra che nel 1681 venne anche coronata con un diadema, per privilegio concesso dal Vaticano. Il 2 di luglio si festeggia la Visitazione della Beata Vergine Maria a Santa Elisabetta e a Siena questo ha sempre coinciso con la celebrazione della Madonna di Provenzano. Inoltre, come è noto a chi mastica un po’ di senese, il 2 luglio è uno dei due giorni di corsa del Palio che, in questa occasione viene proprio dedicato a questa Madonna. Il regolamento del Palio di Siena richiede proprio che, in tale occasione, il drappellone sia trasportato nella chiesa di Santa Maria in Provenzano, in un omaggio al quale partecipa (incredibilmente unito) tutto il mondo del Palio. Inoltre, l’inno Maria mater gratiae, spesso chiamato Te Deum, è una delle canzoni che i contradaioli vittoriosi nel luglio intonano per festeggiare.
Le statue e le formelle della Madonna di Provenzano, spesso rappresentata con il velo azzurro e la veste gialla che conosciamo, hanno avuto larga diffusione e, come successo ad Arezzo, hanno anche avuto una storia propria straordinaria. Infatti, il 15 febbraio del 1796, intorno alle ore 16,30, presso l’Ospizio dei Camaldolesi, alla presenza della cantiniera Domitilla Bianchini e dei calzolai Antonio Tanti, Giuseppe Brandini e Antonio Scarpini, presi a parlare del terremoto, l’argomento di quei giorni e spaventati dall’ultima scossa di quella notte, il Tanti accese il lume della Madonnina, come già fatto in altre sere e tutti insieme intonarono una preghiera di salvezza. In quella occasione l’immagine di Maria si liberò della fuliggine nera che la copriva e, secondo le cronache del tempo, iniziò a brillare come se avesse sul petto diamanti e rubini. Nel giro di poco tempo il luogo si riempì di fedeli e di curiosi che volevano vendere l’immagine ormai già da tutti denominata del Conforto. Le scosse di terremoto finirono e molti miracoli sono stati attribuiti alla Madonna del Conforto in quei giorni e nei secoli successivi.

Tra la folla accorsa nelle prime ore ci fu anche il Vescovo di Arezzo Niccolò Marcacci che in poco tempo fece spostare l’immagine prima nella cappella dell’Ospizio e poi, il 19 di febbraio, presso la Cattedrale, nella cappella, appositamente costruita e dove siamo abituarti a vederla. Ancora oggi è possibile visitare la prima cappellina dell’immagine che custodisce ancora molti ex voto in forma di quadretti raffiguranti il miracolo avvenuto e riportanti la sigla P.G.R. (per grazia ricevuta), situata in Via Vecchia, vicino Porta di San Clemente, angolo con Via Garibaldi (un tempo chiamata Via Sacra per la presenza di alcuni monasteri).
Solamente in due occasioni la Madonna del Conforto è uscita dalla propria cappella in Cattedrale. La prima volta, per ben tre anni, nel periodo da 1948 al 1951, l’immagine è stata portata in peregrinatio in ogni parrocchia della Diocesi, in segno di conforto e consolazione dopo gli eventi bellici. Successivamente, nel 1996, in occasione dei duecento anni dal miracolo, accompagnata in processione anche dai Musici della Giostra, l’immagine ha prima sostato nell’originaria cappella e poi è stata affidata a sacerdoti e sindaci delle varie zone pastorali della diocesi: Casentino, Valdarno, Senese, Cortona, Valdichiana e Valtiberina.
Nello stesso 1996 la Giostra del Saracino di settembre venne dedicata alla Madonna del Conforto, con una lancia del maestro Francesco Conti che riproduceva fedelmente l’immagine. Nella più popolare mescolanza di sacro e profano, quasi come in un miracolo laico, dopo 24 edizioni della Giostra senza vincere, il Quartiere di Porta Santo Spirito pose fine al proprio digiuno di vittorie aggiudicandosi proprio questa lancia. Il 1996 fu anche l’anno in cui si consolidò la tradizione giostresca del Te Deum e della cerimonia di ringraziamento del quartiere vincitore e, inoltre, dal 2010 l’edizione di settembre del Saracino è sempre dedicato alla Madonna del Conforto. Simpatico osservare come l’edizione di settembre della Giostra aretina e l’edizione di luglio del Palio senese siano legati alla stessa immagine della Madonna.

La Madonna del Conforto di Arezzo ha una propria preghiera in musica, chiamata lauda, dal titolo Bianca Regina Fulgida, composta da Monsignor Francesco Coradini nel 1931 su testo di Ciro Girolami. Il Girolami nacque a Monte San Savino nel 1888 e ad Arezzo fu canonico della Cattedrale, monsignore e presidente della Commissione di arte sacra. Il compositore Monsignor Francesco Coradini, nacque ad Arezzo il 17 febbraio 1881, due giorni dopo la ricorrenza della Madonna del Conforto e, già sacerdote e appassionato di musica, fu maestro di cappella nella Cattedrale di Perugia, vicemaestro nella Basilica di San Giovanni in Laterano a Roma e dal 1920 maestro di cappella della Cattedrale di Arezzo. Nel 1967 il maestro Fosco Corti ha fondato il prestigioso e premiato Gruppo Polifonico «Francesco Coradini» di Arezzo, dedicato proprio al Monsignore, all’epoca ancora in vita. Ripercorrendo la storia dell’immagine, Bianca Regine Fulgida rende omaggio alla Madonna con queste parole: In un giorno di lacrime, / ne la caverna oscura, / bella la tua figura, / come un sole splendé. / Allor questo tuo popolo, / Ti chiamò suo Conforto: / dal dolore risorto / alla gioia per Te! / Se in ciel nembi si addensano / e se la terra trema, / ancora senza tema, / fidiamo in tua bontà. Continua poi, ricordando i tanti aretini che accorrono in Duomo: Onde dai bei palagii / e l’umil sue stanze, / veniamo a benedire, / o Vergine al tuo piè; / Ancora i nostri pargoli, / pegno del l’avvenire, / veniamo a benedire, / o Vergine al tuo piè; / E tutti i nostri cantici / e tutti i nostri fiori / e tutti i nostri amori, / o Madre, son per te!. Infine, nella parte più nota, la preghiera intona: Ma il tuo sorriso, o Vergine, / è a noi conforto e vita, / e l’anima smarrita / ritorna al tuo Gesù.
Il legame tra gli aretini e la propria Madonna trova sempre una continua conferma e, pur passando gli anni e le generazioni, il 15 di febbraio resta un simbolo per la città e, durante tutto l’anno, sono numerosi gli omaggi all’immagine, tra pubblicazioni, santini, tatuaggi e lanci di bandiere. Inoltre, come successo a molti aretini, può capitare di trovare l’icona in numerosi luoghi di culto di tutto il mondo come, ad esempio, nel portico della basilica dell’Annunciazione di Nazareth o quella donata da Don Alvaro Bardelli a Papa Francesco nell’aprile del 2015, durante un’udienza generale in Vaticano alla quale parteciparono anche gli Sbandieratori.
da “L’Alfiere” – n. I – 2026, pagg. 4-7
Lorenzo Diozzi, Pietro Mazzeschi







