Mi sono imbattuto nel libro “Storie a veglia” di Franca Norcini attratto dal sottotitolo “Tradizioni, novelle e cose della Toscana di una volta” che prometteva storie della nostra tradizione. Il libro, legatissimo al territorio della città di Arezzo, è edito dalla casa editrice Bonechi nella mia edizione del 1981.

Come ci racconta nelle premesse del libro l’autrice, nata a metà del ‘900 a Serravalle di Bibbiena in Casentino, le storie raccolte sono frutto della sua esperienza personale di bambina che assisteva con attenzione ai racconti degli adulti, tra invenzioni di fantasia, leggende, storie dell’orrore e fatti insoliti. Franca Norcini ammette che spesso, dopo aver sentito i racconti di fronte al camino, si aggrappava alla mamma con gli occhi chiusi per affrontare la paura.
È molto bello questo primo riferimento al camino, considerando che fin dall’antichità il fuoco acceso dentro casa ha rappresentato un luogo importantissimo della vita familiare, fino al diventare una vera e propria divinità domestica e concorrere in modo saliente al mantenimento e alla divulgazione della tradizione orale delle storie e delle leggende.
Altra caratteristica vincente del libro è la scelta di non offrire al lettore appigli concreti e storicamente identificati, così da rendere le storie sospese nel tempo, nella saggezza popolare e nel mistero. Nello scrivere il presente articolo e nel parlare di alcune delle storie contenute nell’opera si è voluto rispettare questa scelta stilistica. I racconti sono stati raggruppati per tematica e rappresentano solo un veloce sguardo sul libro, ben più ampio e complesso.
– Storie di contenuto religioso.
Si racconta di un forestiero che di fronte al convento di Camaldoli si offri di ridurre la popolazione dei serpenti del bosco attirandoli con parole magiche in un cerchio disegnato per terra per poi decapitarli uno ad uno. Altro racconto riguarda Fra Romualdo che ebbe la fortuna di chiedere nel momento giusto il permesso di costruire un monastero presso Campo Amabile al proprietario Conte Maldolo, il quale, avendo sognato che frati lo accoglievano in paradiso, nel 1012 intestò al frate tutta la zona e gli offri buoi per aiutarlo nella costruzione. Sempre San Romualdo viene citato per aver sconfitto Satana e averlo gettato in un dirupo. Viene anche citata la visita di Maria de’ Medici all’Eremo di Camaldoli, la quale si travestì da uomo per aggirare il divieto di ingresso alle donne. Maria de’ Medici espiò poi la colpa costruendo con denaro proprio una delle celle dell’Eremo. Dai toni più orrorifici è il racconto del ritrovamento di Frate Mariotto, il quale, dopo che i frati avevano perduto il suo luogo di sepoltura, venne riesumato per errore con una zappata da un operaio addetto al ripristino di un muro crollato.
– Storie relative al bosco, agli animali e ai lupi.
Tra queste si ricordano la storia di una bambina e di un bambino che, svegliati di notte, alla ricerca della propria madre si avventurarono nel bosco da soli. La bambina venne ritrovata grazie alle sue grida e raccontando di quella notta disse che un cane gli aveva portato via il cittino. Sempre dai toni terribili è la storia di un uomo a passeggio con il cane che nel bosco venne seguito da un lupo e per salvarsi e guadagnare il tempo per la fuga gettò tra le fauci dell’animale il proprio cagnolino Lisetta. Un racconto riguarda il primo ritrovamento di una statuetta di bronzo nei pressi del laghetto degli idoli da parte di una pastorella nel 1838. Il parroco del paese intervenne accusando la giovane di idolatria, ma dopo la notizia furono intrapresi i lavori di ricerca che portarono a scoprire centinaia di statuette votive. Interessante è anche la storia dell’Annetta che, spaventata nel bosco, uccise un tasso che venne cucinato, ne venne conservato il grasso come unguento per i dolori e ne venne venduta la pelle. Ma l’Annetta rimase così rattristita dall’accaduto che in una occasione successiva, trovando un tasso intrappolato in fosso, intervenne invece per salvarlo.
– Storie di antiche festività.
Nel libro vengono ricordate il falò di un’altissima catasta di legna e paglia in occasione di San Giuseppe e i festeggiamenti della Befana, al suono di musica infernale, con ragazzi armati di trombe, campanelli, tamburelli ed oggi oggetto rumoroso. Dalla tradizione della Valdichiana si racconta che nella prima settimana di gennaio della Befana i ragazzi indossavano maschere di pelli di coniglio e, vestiti degli abiti più strani, andavano nelle abitazioni a cantare in cambio di uova, salumi e farina. Quest’ultima una tradizione molto simile al più moderno Halloween. La sera della Vigilia di Natale si ricorda la tradizione del ceppo sul fuoco, tutt’oggi viva e riconosciuta, ma raccontando anche che un tempo, grazie all’intervento degli adulti, era il ceppo a portare i regali: arance, mele, fichi secchi e noci (trovati nel fuoco la sera prima del 25 dicembre) e fischietti di zucchero (trovati sul camino la mattina di Natale). Circa i rituali funebri, invece, il libro ricorda che i ceri accesi nel corteo funebre venivano pesati prima e dopo la celebrazione, imputando il consumo alla famiglia del defunto.
– Storie di streghe e del terrore.
Non possono mancare le storie di diavoli nelle torri, streghe (si racconta di un prete al quale in chiesa comparivano delle streghe capaci di aumentare la propria statura fino al soffitto, pur rimanendo invisibili ai fedeli), animali stregati, lupi mannari, avvistamenti di spiriti di defunti, malocchio e utili strategie per liberarsene.
Dalla breve elencazione restano fuori novelle e racconti eccellenti, nonché aneddoti e storie che aiutano a comprendere la vita di un tempo ed un mondo passato che oggi appare diverso, cambiato, perduto. Tale modo di narrare la vita fa assimilare il mondo di pastori e contadini di metà del ‘900 più con l’antichissimo mondo della mitologia di 2500 anni fa che con la vita contemporanea di adesso. Un modo di ricordare che mantiene, tuttavia, oggi il proprio fascino, accanto ad una indubbia portata anche educativa delle storie. Un libro da riscoprire insieme a tutto il proprio contenuto.
da “L’Alfiere” – n. IV – 2025, pagg. 8-9
Lorenzo Diozzi







