Se tutti gli aretini, entrando in San Domenico alzano la testa per ammirare il grande Crocefisso di Cimabue, consapevoli che in quella chiesa è presente uno dei più grandi capolavori del XIII secolo, in pochi sanno che in questa chiesa sono conservate le uniche testimonianze rimaste in terra aretina di Montano d’Arezzo, pittore attivo tra il XIII e il XIV secolo, poco conosciuto nella sua città natale, ma considerato un riferimento per la storia dell’arte partenopea.

La fortuna artistica di Montano d’Arezzo non fu, infatti, nella città che gli ha dato i natali, ma nei luoghi dove operò e ricevette numerose committenze grazie agli stretti contatti con la cerchia del re di Napoli Carlo II d’Angiò. Tutt’oggi quasi sconosciuto al di fuori dei confini campani, lasciò la città in giovane età diretto ad Assisi e Roma per formarsi apprendendo lo stile dei grandi maestri come Giotto e Pietro Cavallini. Giunto a Napoli, Montano d’Arezzo portò le innovazioni stilistiche dell’arte dell’Italia centrale.

L’artista è ricordato per le sue opere più famose quali la Madonna di Montevergine e la decorazione della cappella Minutolo nel Duomo di Napoli, difatti, ad Arezzo non rimane molto del suo operato, vuoi per la giovane età nella quale visse in città e vuoi perché, per varie cause succedutesi nel tempo, si è assistito alla perdita di molte testimonianze artistiche cittadine. Tuttavia, grazie allo storico dell’arte Leone De Castris che riconobbe nella chiesa di S. Domenico alcuni frammenti di affresco riconducibili alla mano dell’artista, è possibile documentare il lavoro di Montano anche ad Arezzo. Questi, sebbene risultino poco più che dei frammenti e quindi meno leggibili rispetto alle grandi opere presenti in Campania, o ai lavori realizzati da Montano in età più matura, sono fondamentali per declinare al meglio il processo evolutivo dell’artista, oltreché essere testimonianza dell’inizio della sua attività.

Ad un occhio poco attento i resti dell’affresco riconducibile a Montano d’Arezzo nella chiesa di San Domenico, data anche la posizione e le condizioni conservative che non ne favoriscono un’ottimale lettura, possono sembrare di scarso significato. Entrambe le opere, collocate a metà della navata sul lato sinistro, mostrano le figure dei Santi Pietro e Paolo, riconoscibili anche grazie al nome riportato appena sopra la testa. Analizzando l’architettura riprodotta in affresco da Montano, probabilmente, in origine, i santi raffigurati dovevano essere almeno quattro, ma dei due mancanti è rimasto solo il nome di San Domenico. Sul lato opposto, invece, si colloca la predicazione del Beato Ambrogio Sansedoni, molto scarno nei colori residui, ma già riconosciuto da Angiolo Tafi come opera attribuibile ad un senese di fine Duecento.

Percorrendo la navata della chiesa di S. Domenico, quindi, vi invito a cercare con lo sguardo gli affreschi di Montano d’Arezzo che, seppur esigui, confermano la qualità artistica di un grande maestro dell’Arezzo medievale.

Bibliografia e siti web:

  • Dizionario Biografico Treccani: http://www.treccani.it/enciclopedia/montano-d-arezzo_(Dizionario-Biografico)/
  • Isabella Droandi “Per la pittura aretina del Duecento”, in “Arte in terra d’Arezzo. Il Medioevo”, a cura di M. Collareta e P. Refice, Firenze, Edifir, 2010. pp. 195 -196;
  • Tafi, immagine di Arezzo, BPEL 1978, pag. 90;
  • Leone de Castris, Montano d’Arezzo a S. Lorenzo, in Le chiese di S. Lorenzo e S. Domenico. Gli ordini mendicanti a Napoli, a cura di S. Romano e N. Bock, Napoli 2005, pp. 95-125;
  • Aceto, Nuove considerazioni intorno a Montano d’Arezzo, pittore della corte angioina, in Medioevo: le officine, a cura di A.C. Quintavalle, Milano 2010, pp. 517-528.

da “L’Alfiere” – n. IV – 2020, pagg. 12-13