In questo articolo voglio parlarvi delle danze tradizionali del nostro paese: quadriglie, gighe, manfrine, tarantelle (tra cui la famosa pizzica pizzica), saltarelli, spallate, scotis, liscio figurato, danze gioco e rituali … e queste sono solo le famiglie, se poi scrivessi i nomi di tutte le danze che si ballavano e si ballano tuttora non basterebbe lo spazio a disposizione per questo articolo.

Nella provincia di Arezzo la tradizione dei vecchi balli contadini si è ormai interrotta. Il venir meno del sistema socio-economico del mondo agro-pastorale, lo sradicamento dalle campagne verso il capoluogo e i principali centri abitati, la perdita del repertorio musicale dei suonatori tradizionali conseguenza della rarefazione delle occasioni di questi balli e del diffondersi della musica registrata, l’arrivo di nuove mode coreutiche e in generale il diffondersi di differenti modelli culturali tra i giovani: sono questi tutti fattori che hanno determinato prima l’affievolirsi e poi la cessazione del ballo tradizionale. Soltanto gruppi folkloristici locali come il Gruppo folkloristico di Lucignano, i Sammarcoro di Alberoro, la Compagnia Il Cilindro di Monsigliolo, eseguono ancora alcuni di questi balli nei loro spettacoli.

Tuttavia c’è un luogo ad Arezzo dove si possono ancora praticare: il Semillita Atelier, letteralmente “piccolo seme”, in Largo I Maggio 62. Tante le proposte nell’ambito della danza etnica e della danza espressiva per grandi e bambini: danze tradizionali italiane, danze rinascimentali, danze irlandesi, danza creativa e danzamovimentoterapia, neuro psicomotricità, psicomotricità funzionale. E poi ci sono le feste in cui praticare le danze folk, organizzate per e con gli allievi del Semillita Atelier ed aperte a tutte le persone curiose che vogliano venire a vedere e partecipare e che dunque aspettiamo per danzare insieme a noi: il calendario è riportato su www.semillita.it.

Ma cosa sono le danze tradizionali? L’etnocoreologia è la disciplina che le studia e le definisce come forme espressive affermatesi lungo i secoli come produzione culturale caratterizzante l’attività coreutica di una comunità. Si parla di danza tradizionale in quanto tramandata oralmente e visivamente di generazione in generazione. La danza etnica quindi, più che espressione d’arte individuale o sociale è soprattutto un rito, che la comunità riproduce con funzione identificativa per rimarcare il senso di appartenenza sociale e le radici culturali comuni, e che si pratica in feste pubbliche e private, religiose e non, con intenti terapeutici, ludici, di corteggiamento, devozionali, ergologici, di preparazione alla guerra. Anche sulla danza etnica, in quanto produzione culturale, influiscono i contatti e gli scambi culturali determinati dall’incontro di individui originari di paesi diversi: le feste religiose, i commerci, il servizio militare, la transumanza, le migrazioni, determinando lo spostamento e l’incontro di gruppi o individui, sono stati da sempre un fattore di innovazione del repertorio dei balli. Nel corso del tempo si inseriscono elementi nuovi e se ne perdono di vecchi in un processo lento di creazione e trasformazione, dove tuttavia si mantiene un nucleo costante che permette a quella danza di essere riconosciuta. Più la danza è viva, più si trasforma e più si mantiene allo stesso tempo.

E in Toscana quali erano le danze più diffuse? Quadriglia e Trescone diffuse un po’ ovunque, Piva e Giga in Lunigiana, Manfrina Aretina, Manfrina e Furlana di Badia Tedalda, Ballinsei dell’Alpe della luna, Giga Marina dell’Abetone, Scotis Val Di Sieve, Scioltisse di Morra, Tacco e Punta, Sor Cesare, Ballo del Chiamo, Ballo della sorte nella zona della Valdichiana, Ballo dei Gobbi, Veneziana, Scotis Torniella, Scotis Castell’Azzara e l’elenco potrebbe continuare.

Coppia di ballerini impegnata in una danza tradizionale

La danza tradizionale costituiva un forte elemento di socializzazione e di partecipazione dei cittadini alla vita sociale: era utilizzata nelle veglie, nelle “cerimonie di passaggio” (nascite, matrimoni, funerali) per aiutare l’uomo a integrare i cambiamenti; nelle feste religiose. Anche se oggi la danza tradizionale ha perso molte delle sue funzioni, mantiene comunque, anche fuori dal mondo contadino e agro-pastorale, una grossa funzione socializzante derivante dal piacere di partecipare ad un evento collettivo, ad un movimento comune, ad una comunicazione non verbale che com-muove muovendosi insieme, è un momento di incontro e condivisione, di messa in gioco del proprio corpo nella relazione con la musica e con l’altro. Con le danze tradizionali si può quindi, metaforicamente, allenare alla pace e alla convivenza: sono infatti danze di relazione, necessitano di tener conto dell’altro per un obiettivo comune, stimolando appartenenza e cooperazione, valori fondamentali in un periodo storico così altamente disgregante e disgregato.

Le danze tradizionali hanno, a mio avviso, anche una forte valenza educativa. Che senso può avere praticarle con bambini e ragazzi immersi quotidianamente in un ambiente sociale e sonoro così diverso da quello di cui questo repertorio era espressione? Le danze tradizionali sono collettive (girotondi, schiere, catene…); la loro esecuzione richiede un controllo motorio individuale, ma coordinato alla musica e agli altri e quindi ciò che ciascuno fa acquista significato ed ha valore nella relazione; coinvolgono il corpo e le emozioni, il bisogno di conoscere delle regole e di adeguarsi ad esse, lo stare in gruppo, dove le energie di tutti sono indispensabili per conseguire l’obiettivo condiviso; implicano una didattica pratica, un fare e non solo un pensare. Le danze tradizionali costituiscono un’attività psicomotoria per eccellenza: permettono di migliorare la conoscenza del proprio corpo e le sue potenzialità (immagine corporea, coordinazioni motorie, forma e movimento, …); permettono di esplorare lo spazio (piani, direzioni, geometrie), il tempo, il peso, il flusso del movimento; favoriscono lo sviluppo del senso ritmico, il coordinamento motorio e ritmico corporeo (lateralizzazione, adeguamento al ritmo…); favoriscono l’interazione.

Non c’è stato e non c’è popolo al mondo che non abbia nelle sue espressioni il ballo; in particolare la danza tradizionale è importante manifestazione della cultura e del patrimonio di memoria ed esperienza delle generazioni passate, costituisce quindi parte della nostra memoria storica. Le radicali trasformazioni socio-culturali avvenute durante il Novecento hanno portato all’abbandono di molti dei vecchi balli antecedenti al ballo liscio, tuttavia molti sono stati recuperati, grazie al paziente lavoro di indagine e documentazione di alcuni ricercatori, come ad esempio, in Toscana, Giuseppe Michele Gala dell’Associazione Taranta di Firenze; altre danze invece sono tuttora ballate da comunità che mantengono una viva tradizione coreutica e musicale. Penso, come scriveva l’antropologo Ernesto de Martino che “solo chi ha un villaggio nella memoria può essere davvero cittadino del Mondo”: avvicinarsi al mondo tradizionale mi sembra quindi fondamentale non solo per ritrovare radici, ma per stabilire ponti tra passato, presente e futuro. Un uomo senza memoria del proprio territorio è facilmente portato ad un consumo immediato e spesso virtuale del tempo e delle relazioni umane. Inoltre la conoscenza delle proprie radici può permettere di avvicinarsi con maggiore consapevolezza alle radici altrui, in una provincia, come quella di Arezzo, che vede la presenza di molti concittadini provenienti da paesi extraeuropei. Attraverso forme espressive di impatto immediato, quali la danza, è possibile innescare processi di rispetto reciproco, di dialogo, di integrazione e di scambio tra culture. Laddove l’incomunicabilità linguistica sembra insormontabile, l’esperienza musicale e coreutica, con la sua tolleranza semantica, riesce a lanciare ponti tra le sensibilità estetiche ed emotive dei singoli individui.

Vi aspettiamo per danzare con noi!

da “L’Alfiere” – n. III – 2023, pagg. 12-13

Francesca Barbagli